Cristianesimo e reincarnazione: storia di un’allucinazione moderna.

 url-A cura di Cristiano Paolotto-

E’ vero che i primi Cristiani avrebbero predicato la cosiddetta “dottrina della reincarnazione” e che sarebbe stata la Chiesa gerarchica –per un qualche motivo- ad eliminarla successivamente dal depositum fidei?

Ed è vero altresì che i Vangeli, canonici e apocrifi, conterrebbero passaggi più o meno evidentemente riferentesi all’idea di reincarnazione?

Sono domande che possono risuonare bizzarre alle orecchie di chiunque abbia minimamente approfondito la storia del Cristianesimo e delle sue dottrine, ma essendo ormai tali questioni divenute di pubblica diffusione sul web o presso certe trasmissioni televisive molto seguite –dove improvvisati metafisici e teologi imperversano davanti ad un pubblico tanto entusiasta quanto poco preparato- ci è sembrato utile produrre questo articolo per definire la questione nella maniera più esaustiva e, ci auguriamo, più comprensibile a tutti.

“Reincarnazione? Non una dottrina indiana ortodossa, è solo una credenza popolare”. Parola di indù

Lo studioso indù Ananda K. Coomaraswamy: "La reincarnazione é solo una fiaba popolare"

Prima di approfondirne l’eventuale legame con la tradizione cristiana, ci sembra però utile definire meglio cosa si intenda per “reincarnazione”: cosa tutt’altro che semplice, visto che ogni singolo “reincarnazionista” sembra averne un’idea del tutto personale, spesso incompatibile con quella di altri. In sintesi, potremmo definire la reincarnazione come l’idea che un’anima individuale umana possa o debba, dopo la morte del corpo, rimanifestarsi in altri corpi umani (o animali) allo scopo di purificarsi dalle sue azioni o, come piace dire oggi nella galassia New Age, per “accumulare esperienze” o per “evolversi”.

E tuttavia, a questo proposito, proprio uno dei più grandi studiosi indù del XX secolo, Ananda Coomaraswamy, ha affermato con molta chiarezza che «la reincarnazione, intesa comunemente come un ritorno di anime individuali in altri corpi qui sulla terra, non è una dottrina indiana ortodossa ma soltanto una credenza popolare»[1].  Dietro l’immagine popolare e “favolistica” della reincarnazione, dunque, il linguaggio di certe tradizioni orientali sembrerebbe più che altro indicare metaforicamente sia le trasformazioni dell’anima individuale dopo la morte fisica, sia soprattutto l’idea della “trasmigrazione” dell’Essere -o del Sé divino presente, per la dottrina indù, in ogni creatura- attraverso gli indefiniti stati dell’essere e le innumerevoli forme viventi in cui la Divinità si “manifesta”, per cui, come afferma il grande metafisico indù Śaṅkara , «solo il Signore è il vero trasmigratore»[2].

Questo non impedisce, naturalmente, che soprattutto al giorno d’oggi vi possano essere numerosi indù che “credano nella reincarnazione” nel senso più letteralistico; e tuttavia, come spiega Frithjof Schuon -uno dei più illustri orientalisti del XX secolo, studioso del  Vedānta e delle dottrine buddhiste conosciute personalmente in anni di frequentazioni personali nelle terre d’Oriente- «che molti Indù interpretino attualmente il simbolismo della trasmigrazione secondo la lettera prova soltanto un decadimento intellettuale(…). Del resto, anche nelle religioni occidentali, i testi sulle condizioni postume non devono essere compresi alla lettera: il fuoco dell’inferno, per esempio, non è un fuoco fisico, il seno d’Abramo non è il suo seno corporeo, il festino di cui parla Cristo non è costituito da cibi terrestri, benché il senso letterale abbia i suoi diritti»[3].

Dopo tali premesse, il nostro discorso sulla reincarnazione potrebbe anche finire qui; ma essendo questo uno studio di carattere storico e sociologico più che metafisico o filosofico, siamo invece costretti  a seguire lo sviluppo che l’ideologiareincarnazionista ha avuto anche –e diremmo soprattutto- in Occidente almeno a partire dalla fine del XIX secolo. Da questo punto di vista, é certamente un merito del più grande conoscitore europeo delle tradizioni orientali, il francese René Guènon[4], quello di aver messo in luce, senza possibilità d’equivoco, i passaggi storici attraverso cui quelle che erano inizialmente solo “fiabe pedagogiche” orientali hanno invece dato origine, negli ambienti occultisti, pseudo-esoterici e neospiritualisti occidentali, all’idea di reincarnazione che ancor oggi furoreggia nella cultura popolare[5].

Il reincarnazionismo moderno, infatti, si sviluppa non prima della seconda metà del XIX secolo negli ambienti spiritisti e teosofici francesi e britannici i quali, imbevuti dell’ “evoluzionismo” filosofico tipico di quel tempo, vedevano di buon’occhio una teoria “spiritualistica” la quale, abolendo l’idea della Grazia divina e sostituendo l’idea stessa di Eternità con quella di un indefinito progredire di vite nel tempo, potesse risultare sia più “consolatoria” dell’aut aut tra salvezza e perdizione affermato dalle religioni monoteiste, sia più adatta e “consona” alla mentalità “progressista” moderna e all’idea del “miglioramento indefinito” affermatasi nell’800 in Europa.  In sostanza, il reincarnazionismo non sarebbe altro che uno dei tanti “frutti” di quella stessa temperie culturale che ha contemporaneamente dato origine ad altre ideologie quali il “progressismo” in ambito sociale e l’evoluzionismo darwiniano nel contesto “scientifico”.

Gli spiritisti francesi di metà 800, infatti –quasi tutti di fede socialista anche se non ancora marxisti- vedevano nella “reincarnazione” una possibile risposta e una “consolazione” rispetto a quella questione sociale che li assillava: nascere in una classe sociale piuttosto che in un’altra, da questo punto di vista, doveva evidentemente dipendere dai meriti o demeriti accumulati in un’altra vita…

Ma è soprattutto con le dottrine della Società Teosofica che il reincarnazionismo doveva diventare “ideologia di moda” delle elite spiritualeggianti e radical-chic ante litteram dell’Occidente, divenendo anzi, come afferma brillantemente Guenon, “l’unico e vero dogma” dell’eterogeneo e relativistico mondo dell’occultismo moderno. Sviluppatasi a partire dalle attività della bizzarra e funambolica “madame” Elena Petrovna Blavatsky –tedesca d’origine ma sposata ad un militare russo, vagabonda tra Vicino Oriente, Inghilterra e Stati Uniti e ferita alla Battaglia di Mentana dai fucilieri dell’odiato Stato Pontificio- la Società Teosofica diverrà, infatti, la vera fucina di quel melting pot di elementi religiosi giustapposti e mal-digeriti di cui al giorno d’oggi la cosiddetta New Age rappresenta solo la versione più “popolare” e massmediatica.

E così nacque il reincarnazionismo “cristiano”

Madame Blavatsky: l'intraprendente "maestra" fondatrice della Società Teosofica.

L’ideologia del Teosofismo si caratterizza per un continuo riferimento “ideale” alle dottrine dell’Oriente –che in realtà la Blavatsky conosceva molto superficialmente- nella pretesa di poterle coniugare con l’evoluzionismo filosofico e l’ideologia progressista occidentale, il tutto in costante polemica contro il Cristianesimo storico, accusato tra le altre cose di aver “rinnegato” l’autentica dottrina dell’iniziato Gesù…  E tuttavia, malgrado il deciso anti-cristianesimo, una parte del “deposito ideologico” del Teosofismo finirà fatalmente per tracimare in ambienti che, al contrario, pretenderanno di rifarsi ad un preteso “occultismo o pseudo-esoterismo cristiano”.

E’ a partire dalla fine del XIX secolo, infatti, che fioriscono come funghi correnti e movimenti che “strizzano l’occhio” al Cristianesimo o almeno alla figura di Gesù, “colorando” di riferimenti cristiani elementi in gran parte ripresi dal Teosofismo o da correnti analoghe: tra questi, ricordiamo soprattutto il Martinismo[6], sedicente “organizzazione iniziatica” creata in realtà nel 1881 dall’occultista francese Papus, al secolo Gérard Encausse, e l’Antroposofismo, che si ispira alle variopinte e sincretiche dottrine del filosofo tedesco Rudolf Steiner, critico ex-aderente della Società Teosofica -della quale, tuttavia, manterrà alcuni riferimenti “ideali” quali appunto la fede nella reincarnazione- e il cui principale continuatore è stato l’italiano Massimo Scaligero –al secolo Antonio Massimo Sgabelloni[7].

All’interno di questo eterogeneo ambiente, per altro, troveranno posto anche personaggi che affermeranno di rifarsi non solo ad un generico e vago “cristianesimo”, ma che riterranno di poter coniugare le proprie idee occultiste –tra cui, in particolare, proprio la reincarnazione- con la fede e la prassi cattoliche. Tra questi sono da ricordare un Tommaso Palamidessi, occultista toscano di formazione antroposofica, che “riscopre” il Cristianesimo attraverso lo studio dei Padri della Chiesa e della tradizione esoterica esicasta dell’Oriente Ortodosso, pur travasando nel suo personalissimo “sistema” filosofico anche la reincarnazione (era tra l’altro convintissimo di essere stato, in una vita precedente, il padre della Chiesa Origene…); e Paolo Virio (al secolo Paolo Marchetti), uomo di formazione martinista, cognato di Massimo Scaligero e discepolo di un altro “occultista cristiano”, il conte Umberto Alberti di Catenaia (Erim)[8], nel cui sistema di pensiero caratterizzato da un forte sincretismo la reincarnazione riusciva a coesistere con una sincera adesione alla pratica cattolica e persino con la devozione verso Padre Pio.

E’ solo con l’esplosione della “cultura New Age” successiva agli anni 60, tuttavia, che il reincarnazionismo “cristiano” si diffonde a livello più popolare, riempendo riviste e siti di improvvisate “esegesi” dei Testi Sacri nonché di costanti accuse alla Chiesa la quale, fra le innumerevoli malefatte costantemente attribuitele, avrebbe anche avuto quella di aver nascosto –evidentemente per loschi fini- la verità sulle nostre “vite precedenti”.

Ma… dov’è che la dottrina cristiana accetterebbe la reincarnazione?

Papus (al secolo Gerard Encausse). E' a personaggi dell'occultismo come lui che si deve l'invenzione del "reincarnazionismo cristiano"

La più grande difficoltà contro cui si sono sempre dovuti confrontare i reincarnazionisti “cristiani”, tuttavia, è l’assoluta (e naturalmente ovvia) mancanza di riferimenti scritturali alla reincarnazione. Se certi testi sacri orientali, infatti -magari interpretati nel senso più letterale e popolaresco- potrebbero in effetti indurre in certi tipi di equivoci, per quanto riguarda i testi sacri dei monoteismi abraminici, Vangeli in primis, questo è decisamente più difficile. Se c’è una cosa, infatti, sulla quale Cristiani, Musulmani e anche Israeliti sembrano ritrovarsi all’unanimità è proprio sulla visione generale dell’escatologia e del post-mortem: Giudizio di Dio, eventuale purificazione, Inferno, Paradiso e, alla fine dei tempi, Resurrezione dei Corpi -nella quale, a scanso d’equivoci, l’essere umano non assume un’altra individualità o un altro corpo, ma giunge piuttosto alla pienezza della sua identità personale, spirituale, psichica e persino fisica[9]; in tutto questo, la cosiddetta reincarnazione non sembra avere spazio alcuno.

Questa difficoltà, tuttavia, non ha scoraggiato i reincarnazionisti più zelanti, che per bypassare tale difficoltà sono ricorsi essenzialmente a tre espedienti:

–          Il primo rimedio è anche il più semplice: la reincarnazione nei Vangeli c’era, anzidoveva esserci, ma la “Chiesa”, ad un certo punto e per chissà quali motivi, deve averla espunta dai testi originali. E’ la soluzione più facile e più diffusa negli ambienti occultisti ogni qual volta si voglia attribuire all’insegnamento del Cristo un qualche propria idea che, si afferma, doveva essere presente nel messaggio originario di Gesù. In qualche caso, se necessario, si potrà trovare supporto alle proprie tesi in qualche testo “conservato” negli archivi segreti del Vaticano (testi che nessuno naturalmente ha mai avuto la possibilità di consultare, eccetto …chi ne parla), quando non piuttosto in uno degli innumerevoli “vangeli” ottenuti sotto seduta spiritica o comunicati dai Superiori Sconosciuti di turno se non dagli alieni…

–          Il secondo rimedio è il vero e proprio falso storico (modello Dan Brown, per intenderci): una delle “fole” che gira maggiormente sul web, ad esempio, afferma che nella Chiesa dei primi secoli fosse viva la credenza nella reincarnazione, e che la “condanna” definitiva delle teorie reincarnazioniste sarebbe stata operata dal concilio Costantinopolitano II del 553. In particolare, per giustificare tale tesi, si fa riferimento ad un sinodo di Costantinopoli indetto nel 543 dal patriarca Menas, nel quale si approvò una serie di condanne contro la dottrina di Origene. E tuttavia, è evidente che i numerosi divulgatori di questa teoria non si siano mai preoccupati di leggere questo testo, nel quale in nessun modo si tratta della reincarnazione -per il semplice fatto che tale idea non era professata da nessuno dei cristiani a cui il Concilio si poteva rivolgere, ortodossi o eretici che fossero- Origene in primis. I canoni invece si occupavano della questione della “preesistenza delle anime”  (ma nient’affatto di presunte “vite umane precedenti”) e dell’Apocatastasi (ovvero di quell’ipotesi teologica, ancor oggi diffusa nell’Oriente Cristiano, che contempla la possibilità di una “ricapitolazione” finale di tutti gli esseri in Dio, la quale metterebbe fine perciò stesso anche agli stati infernali). Dove vi si trovi, in tutto questo, l’idea di “reincarnazione” nessuno lo sa: nemmeno quelli che, sul web o altrove, ne scrivono con tanta sicurezza.

E se …reinterpretassimo i Vangeli?

Il manoscritto Bodmer con un passaggio del Vangelo secondo Giovanni (II/III secolo). Secondo alcuni, i Vangeli conterrebbero riferimenti alla cosiddetta "reincarnazione"

L’ultimo espediente per far rientrare a forza la reincarnazione nel Cristianesimo è stato quello di reinterpretare qualche passo dei Vangeli: cosa nella quale gli occultisti sembrano aver dato fondo a tutta la capacità possibile di arrampicarsi sugli specchi. I passi dei Vangeli che, da questo punto di vista, vengono incessantemente riportati da innumerevoli siti e testi come “prova” del presunto reincarnazionismo presente nel messaggio di Gesù, sono essenzialmente due:

–          Il primo è quello del Vangelo di Giovanni in cui Gesù parla con Nicodemo:

«Gli rispose Gesù: “In verità, se un uomo non nasce di nuovo, non può entrare nel Regno di Dio”. Gli disse Nicodemo: “Come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?”. Gli rispose Gesù: “In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da spirito, non può entrare nel Regno di Dio. Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spirito. Non ti meravigliare se t’ho detto: dovete rinascere dall’alto» (Giovanni, ).

E tuttavia, il discorso di Gesù, con molta chiarezza, rimanda ad una “rinascita spirituale” –cosa ribadita persino in maniera esplicita di fronte alle obiezioni di Nicodemo: Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spirito. Non ti meravigliare se t’ho detto: dovete rinascere dall’alto. L’interpretazione reincarnazionista di questo passaggio, pertanto, è talmente in  contraddizione con il testo stesso da sfiorare l’assurdo.

–          L’altro passo di cui si dilettano i reincarnazionisti è quello che riguarderebbe la presunta “reincarnazione” del Profeta Elia in Giovanni il Battista:

«Se volete accoglierlo, (Giovanni Battista), egli è l’Elia che sarebbe venuto» (Matteo, 11,4)

Secondo questa neo-interpretazione, dunque, il profeta Elia si sarebbe reincarnato nel Precursore; ma in realtà, per comprendere questo passaggio, bisognerebbe sapere cosa rappresenta Elia nella tradizione ebraica, ed Elia è, innanzitutto, il simbolo stesso della Profezia –come Mosè lo è della Legge: da questo punto di vista, il primo dei profeti (Elia) non può che ricollegarsi spiritualmente all’ultimo (Giovanni). Inoltre, Elia è uno dei pochi personaggi dell’Antico Testamento di cui si dice che furono “portati in Cielo con il corpo” (assunti): per la tradizione ebraica, dunque, Elia in realtà non è mai morto e non si vede, pertanto, come la sua “anima” avrebbe potuto post-mortem “reincarnarsi” in un’altra individualità umana. Del resto, nel Vangelo di Giovanni, è proprio il Battista a negare esplicitamente di “essere” Elia:

«Sei tu Elia? Giovanni rispose, Non sono io…Io sono la voce di colui che grida nel deserto: Raddrizzate la via del Signore, come disse il profeta Isaia» (Giovanni I, 21-23)

In realtà, la spiegazione di tutta la questione si trova, espressa con chiarezza, nel Vangelo di Luca quando si parla dell’annuncio della nascita del Battista:

«E convertirà molti dei figli d’Israele al Signore, loro Dio. Ed andrà davanti a lui nello spirito e potenza di Elia, per ricondurre i cuori dei padri verso i figli e i ribelli alla saggezza dei giusti» (Luca I, 16-17)

–       Giovanni Battista, dunque, non è Elia reincarnato, ma …viene con l’assistenza dello spirito di Elia. Del resto, nell’episodio della Trasfigurazione presente in tutti e quattro i Vangeli Canonici, Gesù incontra Elia nella sua condizione gloriosa e immortale insieme a Mosé sul Tabor e …senza nessun riferimento a Giovanni il Battista.

I Vangeli Apocrifi parlano di reincarnazione?

Assistiamo al grande ritorno dello gnosticismo di massa. Qui il serpente che si morde la coda, emblema della visione gnostica della storia umana: ciclica e non lineare come quella cristiana, una storia che si rigenera ciclicamente, non degenerativa, destinata ad avere un'inizio e una fine come per la visione cristiana

A questo punto però, di fronte all’impossibilità di giustificare la reincarnazione a partire dai Vangeli Canonici, occultisti e “newagers” fanno normalmente appello agli Apocrifi: e così, basta fare un veloce giro sul web per vedere sedicenti “gnostici cristiani” appellarsi alla tradizione apocrifa “emarginata e oppressa” dalla Chiesa, per cercare pezze d’appoggio alle proprie opinioni.

Ma in realtà –e lo diciamo subito a scanso d’equivoci- nessuno di tali neo-gnostici sembra essere capace di citare passi credibili a sostegno delle proprie tesi, e questo per semplice motivo: perchè non esiste alcun brano degli Apocrifi che possa essere credibilmente interpretato in chiave reincarnazionista (e non potrebbe essere altrimenti, visto che tale dottrina non è mai stata professata dai Cristiani, ortodossi o eretici che fossero). Il riferimento agli Apocrifi –come in altri casi di “leggende metropolitane”, quale ad esempio quella del “matrimonio” fra Cristo e la Maddalena…- non è che un escamotage per confondere le acque, ed è spiegabile essenzialmente con una ragione piuttosto banale: gli Apocrifi sono tantissimi e pochissime sono le persone che possono dire di conoscerli bene, per cui è facile attribuire ad essi ogni tipo di dottrina possibile e immaginabile, a patto di rimanere “sul vago” e di giocare –e il caso di dirlo- sulla disinformazione e sull’ignoranza propria e altrui.

In conclusione, possiamo serenamente affermare che i riferimenti alla reincarnazione presenti nei Vangeli Apocrifi sono gli stessi presenti nei Canonici: ovvero, non ve ne sono. A meno, naturalmente, di non voler addurre a pezze d’appoggio i soliti riferimenti al Battista che sarebbe Elia o di non voler giocare a travisare ogni riferimento alla “resurrezione” o alla “rinascita”, come già fatto nel caso dei Vangeli Canonici…

reincarnazione_01La reincarnazione, dunque, non ha nulla a che vedere col Cristianesimo (e, se è per questo, nemmeno con le tradizioni orientali rettamente intese): ma se qualcuno volesse rimproverarci di aver sprecato tempo e fatica per ribadire quella che, in ultima analisi, è un’ovvietà, risponderemmo volentieri che al giorno d’oggi, nel clima di caos intellettuale e spirituale in cui siamo immersi, quella di ribadire le ovvietà sembra essere diventata una priorità assoluta.

D’altronde, siamo anche ben coscienti che il “fascino della reincarnazione”, nella mentalità di molti moderni, è destinato a sopravvivere oltre ogni ragionevole dubbio, e questo per fattori molto banali: nel mondo della non-identità, infatti, certe “bizzarrie” come il ritenere di essere stato, in un’altra vita, un faraone, un lucumone o un profeta, possono piacere; così come, per un ragazza, l’immaginare che l’uomo incontrato la mattina al bar e prontamente portato al letto la sera stessa possa essere stato, in un’esistenza precedente, il proprio principe…

Ma c’è un altro aspetto della questione che teniamo a mettere in chiaro, e che opera un distinguo netto tra l’atteggiamento tradizionale di fronte all’esistenza e quello dei moderni.

Abbiamo infatti accennato, all’inizio dell’articolo, a quegli Orientali che, magari peccando di “letteralismo” o di una certa ingenuità, interpretano in chiave “reincarnazionista” certi passi dei loro testi sacri; ebbene, è anche necessario precisare che per tali Orientali (Induisti, ma soprattutto Buddhisti) la “reincarnazione”  è intesa pur sempre come “una tragedia”, un’evenienza drammatica, in quanto rappresenta il fallimento di quel “dono prezioso” che è l’esistenza umana e il rifluire nel samsara che è il dominio della sofferenza e della morte. E’ questo, infatti, il vero senso della “fiaba pedagogica” della reincarnazione la quale, come tutte le “fiabe” tradizionali, ha sempre una sua “morale” o meglio un suo senso profondo. La ragion d’essere e la sana provocazione, in questo caso, sarebbe quella di chiedersi: un uomo che vive come una bestia, dopo la morte cosa diventerà? E un essere umano che non è stato degno del dono dell’umanità, cosa troverà di sé alla fine di questo breve percorso terreno?

Nella cultura occidentale, al contrario, la reincarnazione è divenuta sinonimo di un vago “progresso indefinito”, dell’illusione fatale e deresponsabilizzante di avere “molte vite” e indefinite possibilità di “esperienza” (come se l’accumulare esperienza, a qualsiasi livello, potesse colmare lo iato infinito che esiste tra noi e l’Assoluto); un invito, dunque, al relativismo, alla banalizzazione dell’istante presente che è, esattamente, l’antitesi d’ogni Spiritualità. Si può dunque affermare che la “reincarnazione” sia, al giorno d’oggi, la (pseudo)dottrina che meglio incarna il nulla esistenziale e spirituale dell’uomo contemporaneo.

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NOTE

[1] A.Coomaraswamy, Sapienza orientale e cultura occidentale, Ed. Rusconi, Milano 1975, p. 498

[2] La metafisica e l’escatologia indù sono di una complessità straordinarie ed è quindi difficile riassumerle in pochi passaggi senza correre il rischio di banalizzarle. Per quanto riguarda la questione che qui ci interessa –ovvero la dottrina della Trasmigrazione (non reincarnazione)- il presupposto essenziale da comprendere è che, nella visione indù, ogni realtà è in qualche modo “illusoria” e passeggera: persino il Dio personale, il Signore che da origine ai mondi, Brahma Saguna, è in qualche modo solo una manifestazione del Divino non-manifestato e non qualificato (Brahma Nirguna). Pertanto, gli stati dell’essere che le religioni occidentali chiamano “Paradisi” sono considerati “perenni” ma non “eterni”, elevati ma non “assoluti”, in quanto anch’essi destinati, alla fine, ad essere riassorbiti nell’Assoluto (Mahapralaya, o Grande Riassorbimento). In questa prospettiva, tutti gli esseri sono destinati ad un continuo cambiamento di forma e di stato che viene indicato simbolicamente come “rinascita”, trasmigrando da uno stato all’altro dell’essere (ma non ritornando ad uno stesso stato, cosa che rende impossibile, in realtà, qualsivoglia “reincarnazione”). Per quanto riguarda quello Stato Eccezionale dell’essere che è l’Uomo, la dottrina indù riconosce che esso è lo Stato Centrale, ovvero la manifestazione e la porta verso cui ritornare alla Divinità (nel linguaggio monoteista si direbbe propriamente l’Immagine di Dio): le sue possibilità, dunque, sono ben diverse da quelle di ogni altro essere. Per quanto riguarda la costituzione dell’uomo, inoltre, bisogna fare un distinguo fra l’ātma, che è l’essere spirituale, ovvero “il raggio” della Divinità che si manifesta in noi, e iljivan o jivanātma, che è propriamente l’anima individuale che ha origine al momento del concepimento. Nella prospettiva indù, l’obbiettivo più alto che un essere umano possa raggiungere attraverso il cammino spirituale è la Liberazione, ovvero il riassorbimento cosciente in Brahma che gli permette di giungere alla libertà assoluta e incondizionata, essendo tutti gli stati dell’essere –persino quelli paradisiaci- comunque e in qualche modo “limitati”, non fosse altro che dalla persistenza di una natura ancora “individuale”. Chi non ha conseguito la Liberazione perfetta può comunque, dopo la morte, giungere a quello che, con linguaggio occidentale, potremmo chiamare la “salvezza” e accedere alla condizione “paradisiaca”, ma a patto di aver seguito una via religiosa; viceversa, l’essere che fu umanosi troverà sprofondato nelle dimensioni infernali, dove l’anima individuale si perderà e “dissolverà” e l’ātma tornerà a rimanifestarsi (rinascere) in altre forme diverse e comunque non-umane. La cosiddetta reincarnazione intesa alla lettera, dunque, è da considerarsi nell’autentica prospettiva indù una mera impossibilità: l’anima individuale, infatti, qualora non venga riassorbita nella Liberazione (e in tal caso, si parlerà di liberato-vivente ojivanmukta) o “salvata”, si annienta (e quindi non può in alcun modo rimanifestarsi), mentre l’ātma non tornerà comunque a rimanifestarsi in forme umane, ma si “perderà” negli stati inferiori (quello che, simbolicamente, è espresso con l’immagine della “rinascita fra gli animali”). Quello che forse può sorprendere maggiormente un occidentale è che persino la condizione paradisiaca (Brahma-loka o Satya-loka) è simbolicamente indicato dagli indù come una “rinascita sulla terra”: e questo perché con l’espressione “terra” non si indica affatto solo la condizione terrena propriamente detta, ma la condizione umana in toto(per fare un parallelismo con l’escatologia monoteista, potremmo dire che anche i beati del Paradiso, almeno fino ad un certo livello, sussistono in una condizione “umana” e “individuale” –per quanto incomparabilmente più elevata e piena della nostra attuale- per cui anch’essi, se visti in prospettiva assoluta, si trovano in una condizione “terrestre”). Anche nel Buddhismo Amitābhaḥ, la condizione di chi, pur non avendo raggiunto il perfettonirvāṇa, ha seguito una via di devozione, è quella di “rinascere” nella “terra” pura. (Per approfondimenti, si consiglia: R. Guenon, L’uomo e il suo divenire secondo il Vêdânta, Ed. Adelphi; F. Schuon, Forma e sostanza nelle religioni, Cap. 18 “I due paradisi”, pp. 239-251, Ed. Mediterranee).

[3] F. Schuon, Unità trascendente delle religioni,  Ed. Mediterranee, Roma 1997, p. 106

[4] René Guenon, sicuramente il più complesso e credibile rappresentante del pensiero esoterico nell’età moderna, al di là delle sue scelte e percorsi personali (che in prospettiva cattolica possono essere condivisibili o meno), ha sicuramente il merito di aver approfondito come nessun altro le dottrine orientali e, grazie a tali conoscenze, è sicuramente colui che più d’ogni altro ha contribuito a diradare le nebbie di quegli equivoci e di quelle incomprensioni diffuse al contrario dal mondo occultista e neospiritualista moderno (e di cui la “reincarnazione” è solo una fra i tanti).

[5] Da questo punto di vista, un punto di riferimento essenziale è: R. Guenon, L’errore dello spiritismo, Ed. Adelphi; dove si analizzano sia gli errori della dottrina reincarnazionista, sia le tappe della sua diffusione in occidente.

[6] Nel Martinismo, si ritrovano elementi ripresi in vario modo dalla tradizione magico-ermetica europea accostati a riferimenti cristiani e ad altri di origine teosofico-spiritista (come appunto la reincarnazione). E’ uno dei più tipici esempi di quei pastiche sincretistici nati a cavallo tra XIX e XX secolo in tutto l’occidente. Caratteristica di tutti questi gruppi, peraltro, è la pretesa dei loro creatori di aver attinto ad antichissime tradizione e a “filiazioni iniziatiche” ininterrotte che giungerebbero loro dalla notte dei tempi (Egitto, Templari, epoca delle Crociate, ecc.). Naturalmente, tali pretese non reggono mai ad una pur minima indagine di carattere storico o documentaristico.

[7] Nell’opera di Scaligero, più ancora che in quella del suo “maestro” Steiner, i riferimenti al Cristo sono costantemente accostati ad elementi di derivazione occultistica o anche orientale. La visione “cristica” di Scaligero, tuttavia, ha poco a che vedere con il Cattolicesimo, che il filosofo romano considerava al contrario una “forma trascorsa della tradizione” non più adatta alla temperie spirituale dei nostri tempi.

[8] Umberto di Catenaia (soprannominato Erim) fu un personaggio di formazione martinista, anche se transitò per qualche tempo negli ambienti magico-ermetici di Kremmertz (al secolo, il napoletano Ciro Formisano, creatore di una schola hermetica che si pretendeva derivasse direttamente dall’antico Egitto), che poi abbandonò rabbiosamente, accusando il Kremmertz di essere un satanista di fatto. Sarà Erim ad “iniziare” i Virio alla cosiddetta “via binomiale” o alchemico-sessuale. A tal proposito, Massimo Scaligero, lo descriveva come un personaggio bizzarro e ossessionato dal sesso, forse (aggiungeva lui) “a causa del fallimento di talune pratiche operative” di magia sessuale (cfr: http://www.ecoantroposophia.it/2014/05/materiali-studio/hugo-de-pagani/tre-scritti-di-massimo-scaligero-su-p-m-virio/).

[9] La dottrina della Resurrezione dei Corpi, a nostro parere, sarebbe tenuta in maggior conto e credibilità qualora si partisse da una visione della materia meno “materialista” di quella moderna e più legata, al contrario, al concetto tradizionale di Sostanza. Da questa prospettiva, si evincerebbe come, in realtà, la nostra materia “terrestre” sia solo una modalità della Materia in quanto tale, addirittura una sua “cristallizzazione” limitante come mette in luce simbolicamente la Tradizione Ebraica riguardo alla Resurrezione, dove il seme (Luz) inaridito dell’individualità umana sboccia come un fiore al sopraggiungere della Rugiada Divina.

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