La salvezza offerta a tutti i popoli da Gesu’: un ostacolo per il messianismo ebraico


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I cittadini dell’orgoglioso impero britannico, a quel tempo al culmine della sua potenza, che la mattina del 9 febbraio 1923 lessero i giornali, sicuramente non fecero alcuna attenzione alle poche righe apparse sul settimanale ebraico Jewish World («Mondo ebraico»), righe temibili perché profetiche per coloro che seppero coglierne il senso. Il Jewish World diceva: «La dispersione degli ebrei ne ha fatto un popolo cosmopolita. Infatti, esso è l’unico popolo veramente cosmopolita, e, come tale, esso deve agire – e in realtà agisce – come dissolvente di ogni distinzione di razza e di nazionalità. Il grande ideale dell’ebraismo non consiste nel fatto che un giorno gli ebrei si riuniranno in qualcheangolo della Terra per fini separatisti, ma che il mondo intero sarà imbevuto dell’insegnamento ebraico, e che quindi in una fraternità universale delle nazioni – in realtà, un più vasto ebraismo – tutte e le razze e le religioni separate scompariranno […]. Essi andranno ben oltre. Con la loro attività letteraria e scientifica, con la loro supremazia in tutti i settori dell’attività pubblica, essi si accingono a fondere gradualmente i pensieri e i sistemi non-ebraici, o non rispondenti agli stampi ebraici» 

68. «Già fiammeggia all’orizzonte l’aurora del “Nostro Giorno”», scrive un loro moderno profeta abbacinato dalla visione del vicino trionfo 69. Il sogno messianico può prendere le più svariate forme, ma lo scopo finale resta immutabile: il trionfo dell’ebraismo, della legge ebraica e del popolo ebraico. Sotto l’aspetto universalistico, si tratta, in verità, di un imperialismo ebraico che pretende di governare e asservire il mondo. Scrive Elie Faure: «Il popolo ebraico, fin dai tempi di Gesù Cristo – tuttora non accolto dal suo popolo – si crede il popolo eletto in quanto strumento di una potenza superiore. Rispetto agli altri popoli, esso si crede a tutt’oggi il popolo eletto, perché rappresentante di una forza soprannaturale […]. Per lui l’al di là non esiste. Per quanto se ne sia spesso parlato, Israele non vi ha mai creduto. Il patto d’alleanza non è che un contratto bilaterale nettamente preciso e positivo. Se l’ebreo obbedisce, lo fà esclusivamente per avere il dominio del mondo […]. Israele è un terribile realista: vuole la ricompensa quaggiù sulla terra per chi fà il bene e il castigo per chi vive nel male […]. Perfino nei momenti più oscuri della loro storia – e della Storia universale – questi eterni vinti conservano nel cuore fedele la promessa di un’eterna vittoria» 70.
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Ma per raggiungere tale scopo, occorre abolire il cristianesimo, che rappresenta un ostacolo insormontabile sul cammino dell’imperialismo ebraico. Fino alla venuta di Gesù Cristo, la posizione d’Israele era semplice e chiara: secondo i Profeti, per grazia di Yahwéh, Israele era stato chiamato a reggere il mondo; se il popolo dei servi d’Israele si fosse conformato alle esigenze divine, sarebbe venuto il tempo in cui Israele avrebbe regnato su tutta la Terra. Ma ecco che all’improvviso in Galilea nacque un Profeta: un Profeta – Uomo e Dio – anch’Egli della stirpe reale di Davide, e quindi figlio dell’Alleanza. «Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento» (Mt 5, 17). E come prova della Sua missione, compie una serie di prodigi inauditi; le folle affascinate lo seguono… Però – ecco l’enorme gravità della Sua missione – egli interpreta la promessa in un senso completamente nuovo e diverso così da distruggere l’orgoglioso edificio ebraico spiritualizzandolo e universalizzandolo. La realizzazione delle promesse veniva trasferita dal piano materiale a quello spirituale; oltrepassando il quadro nazionale, essa non era più unicamente indirizzata agli ebrei, fino a quel momento i soli beneficiari, ma veniva estesa al mondo intero… Non si trattava più della supremazia di una razza o di un popolo, né del trionfo di una nazione di privilegiati: il popolo eletto veniva declassato al rango di un popolo qualsiasi in mezzo ad altri popoli. L’orgoglio e il nazionalismo religioso degli ebrei non ammisero questo livellamento; esso era contrario alle promesse messianiche, e allontanava irrimediabilmente il momento della sottomissione di tutti regni della Terra ad Israele. I capi dei sacerdoti e dei farisei non potevano tollerare una simile bestemmia e un simile attentato ai loro privilegi, e, quindi, per liberarsi di quel pericoloso agitatore, lo consegnarono ai romani e lo fecero condannare a morte. Ma Gesù Cristo risuscitò e la Sua predicazione si propagò nel mondo antico con la rapidità della fiamma. Gli ebrei denunciarono i Suoi discepoli alle autorità romane quali ribelli dell’impero; Roma li perseguitò incessantemente, offrendoli in pasto alle belve, bruciandoli, scuoiandoli o crocifiggendoli. Ciononostante, l’ondata cristiana progredì senza tregua, conquistando le alte sfere del potere imperiale; poi bruscamente il mondo oscillò e si inclinò in favore della Chiesa di Cristo. Il 28 ottobre dell’anno 312, avvenne la battaglia di Ponte Milvio, alle porte di Roma, che vide Costantino contro Massenzio; il primo fu vincitore, mentre il secondo annegò nelle acque del Tevere. «Una sola battaglia fu sufficiente per cambiare l’assetto del mondo e l’aspetto religioso […]. La vittoria di Costantino è giustamente considerata il punto di partenza di una nuova era, quella dell’Impero cristiano […]. A partire da quel momento, per ragioni che non sono ancora state completamente chiarite, il vincitore – Costantino – legò il proprio destino a quello della Chiesa di Cristo. Grande e sorprendente rivoluzione, deplorata dagli uni ed esaltata dagli altri, essa rimane una delle più importanti della Storia umana; il regno di Costantino non è che il preludio di un fenomeno che continua e si completa durante quel periodo caotico e straordinario che fu il IV secolo. Ma la fortuna inaudita della Chiesa doveva comportare la rovina della Sinagoga. Per questo motivo, il IV secolo fu un’epoca fatale che sfociò in un avvenire di angoscia, di lutto e di catastrofe» 71. Gli israeliti non hanno mai accettato e mai accetteranno questa sconfitta. La rottura fu totale e definitiva; lo scontro divenne ormai irriducibile da entrambe le parti. «Se l’ebreo ha ragione, la cristianità non è che un’illusione. Se invece ha ragione il cristiano, l’ebreo è, nella migliore delle ipotesi, un anacronismo o tuttalpiù l’immagine di ciò che non ha più ragione di esistere. Per l’ebreo, il cristianesimo rappresenta la rinuncia di un monopolio, e la rinuncia ad una “interpretazione nazionalista” – per non dire razzista – dell'”elezione”; esso è l’apertura alla fratellanza umana, e, nello stesso tempo, un grande “amen” detto a Dio, e a tutto ciò che Dio decide: è l’accettazione della sofferenza e della morte, la rinuncia all’orgoglioso io [ …]. Che io sappia, il cristianesimo non ha mai sottoposto ad una prova così difficile nessun altro popolo. Perché per nessun altro popolo il passaggio al cristianesimo ha significato, a più o meno lunga scadenza, la sua scomparsa come tale. Presso nessun altro popolo, le tradizioni che bisognava abbandonare per abbracciare la fede in Cristo, erano così intimamente legate a tutte le manifestazioni di appartenenza ad una nazionalità. E qui tocchiamo l’altra ragione (o pretesto) che giustifica il “no” dell’ebreo a Cristo, il quale non corrispondeva all’idea che l’ebreo si era fatto del Messia e della salvezza» 72. «Pretendendo di essere il vero “Israele” – Israele secondo lo spirito e non secondo la spregevole carne – la teologia cristiana vuole sostituire definitivamente Israele. Peccato però che Israele non sia scomparso e che non voglia scomparire» 73. «Il cristianesimo si preoccupa essenzialmente della salvezza individuale di ogni uomo. L’ebraismo mira invece alla salvezza della casa d’Israele, la sola che può permettere la salvezza di settanta nazioni dell’Universo» 74. «Israele si presenta nella Storia come un popolo particolare perché esso è contemporaneamente religione e nazione, senza nessuna possibilità di separare questi due fattori, cosa possibile invece per tutti gli altri popoli. Senza dubbio, Israele è proprio una razza, non nel senso biologico, come l’ha preteso il razzismo, ma nel senso etico della Storia» 75. «Il cammino con cui la fede cristiana ha conquistato la sua indipendenza, doveva rapidamente e fatalmente trascinarla in una guerra aperta contro Israele “secondo la carne”, poiché la Chiesa si proclama il solo Israele di Dio e il solo Israele secondo lo spirito. Ma si coglie bene tutta la gravità di una tale rivendicazione? Essa è peggiore della diffamazione del popolo ebraico, e significa tentare di carpirle perfino la scintilla della vita e il fuoco sacro, e persino la sua stessa anima. Di più: essa significa sottrarre ad Israele il suo posto al Sole e il suo statuto privilegiato nell’impero, perché tali sono gli stretti legami e l’intreccio dello spirituale e del temporale» 76. Ritorniamo dunque al medesimo punto: abbattere la religione cristiana, nata dal suo seno, è una necessità vitale per Israele, il quale la considera come il suo più temibile avversario; Jules Isaac lo ripete continuamente nei suoi scritti. Il seguente passo, estratto da una sua opera relativamente recente, mostra con forza lo stato d’animo di gran parte della gioventù ebraica contemporanea: «Viviamo nell’entusiastica attesa di tempi nuovi e inauditi, e crediamo di scorgerne già i segni precursori: l’agonia decisamente iniziata delle religioni, delle famiglie e delle nazioni. Nutriamo solo collera, disprezzo e ironia per i ritardatari della Storia che si abbarbicano a questi residui[…]. Ahimè! Sia che ci sbagliamo completamente o che siamo rientrati dopo, in un periodo di riflusso, o che io sia semplicemente invecchiato, mi vedo costretto ad ammettere che questi residui avevano la tenacia della gramigna e si ostinavano a restare quali strutture profonde della vita dei popoli e del loro essere collettivo […]. Apparentemente, eravamo condannati, e, per lungo tempo, ad accettare le religioni e le nazioni. Ancora una volta, io non giudico, ma mi limito a constatare» 77. Nel suo libro Le malheur d’Israël («La disgrazia di Israele»), lo scrittore ebreo A. Roudinesco fornisce una magnifica risposta a tutti questi anatemi pieni di collera: «La sopravvivenza fino a nostri giorni di questa piccola comunità, malgrado le persecuzioni e le sofferenze inaudite, è stata definita il “miracolo ebraico”. Questa sopravvivenza non è un miracolo, ma tuttalpiù è una disgrazia. Il vero miracolo ebraico è la conquista spirituale dell’umanità attraverso il cristianesimo. La missione del popolo eletto è terminata da molto tempo. Quelli che, tra gli ebrei, sperano di poter un giorno completare il cristianesimo con un messianismo rinnovato, ignorano le leggi essenziali dell’evoluzione dell’umanità» 78.

FONTI
68 Cfr. Jewish World, del 9 febbraio 1923. Al British Museum, ho potuto verificare personalmente l’esattezza di questa citazione (N.d.A.).
69 Cfr. A. Nossig, Integrales Judentum, Ed. Renaissance-Verlag, Berlino 1922.
70 Cfr. E. Faure, art. cit.
71 Cfr. J. M. Isaac, Genèse de l’Antisémitisme, pagg. 155-156.
72 Cfr. F. Fejto, Dieu et son juif («Dio e il suo ebreo»), pagg. 34-190-192.
73 Cfr. J. Jèhouda, op. cit.
74 Ibid.
75 Ibid.
76 Cfr. J. M. Isaac, Genèse de l’Antisémitisme, pag. 150.
77 Cfr. A. Memmi, op. cit., pag. 186.
78 Cfr. A. Roudinesco, Le malheur d’Israël, Ed. de Cluny, Parigi 1956.

 

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